Stuart Arends
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Lo Studio Dabbeni presenta la sua prima personale dell’artista americano Stuart Arends (nato a Waterloo, Iowa, nel 1950. Vive e lavora a Willard, New Mexico). La mostra ricostruisce l’ultimo decennio della produzione dell’artista, giungendo a presentare una selezione dei suoi ultimi lavori. |
“Io vivo con il lavoro per molto tempo prima di determinare che esso è finito. Lo realizzo, lo colloco sulla parete ed esso mi comunica ciò di cui ha bisogno. Faccio tutto quello che il lavoro mi suggerisce”, afferma l’artista. |
La ricerca di Arends ruota attorno a questa percezione estetica vissuta dall’individuo posto di fronte al suo poliedro. Le sue opere racchiudono la suggestione degli spazi aperti e selvaggi del Mid-West. Appaiono anche memori della lezione del Rinascimento italiano, degli affreschi di Giotto, dell’Ultima Cena di Leonardo, visti durante un suo soggiorno in Italia. Ma è il deserto la sua vera patria. L’artista afferma di aver bisogno di questo contesto in cui vivere; di trovare, nella solitudine totale di questo luogo, le condizioni ideali per realizzare le sue opere. |
Il suo lavoro parte, idealmente, da un’affermazione che egli trova profondamente convincente: “Pittura come oggetto”, frase che lo porta, agli inizi degli anni Ottanta, a lavorare con delle scatole di cartone. Successivamente, si orienta verso il legno, anch’ esso “trovato”. A,R,T: una lettera su ogni faccia di un cubo, del 1986, segna un momento cruciale. |
A partire dal 1988, l’artista dipinge i suoi poliedri a monocromo o a larghe strisce bicolori verticali oppure a scacchiera. Una voluta imprecisione connota la stesura del colore. A questo periodo risale anche la serie dei Celadon, il cui nome è tratto dal verde chiaro che caratterizzava le porcellane cinesi, una raffinatissima gradazione cromatica con cui Arends dipinge i suoi lavori. |
Dall’inizio degli anni Novanta, sulle diverse superfici del solido, Arends costruisce molteplici strati usando olio e cera e tracciando linee di matita. Realizzerà molti lavori chiamati Wax (cera), presenti in mostra. Da questo momento l’ artista inizia ad usare l’ acciaio, che rimane tuttora (insieme al legno) uno dei suoi materiali privilegiati, per la sua qualità di riflettere la luce. |
La ricerca di Arends ruota attorno a questa ambiguità percettiva che richiede allo spettatore di adottare una prospettiva mobile davanti al lavoro. È infatti assumendo punti di vista diversi che si percepisce compiutamente il lavoro dell’ artista: esso cambia completamente in relazione alla luce, a seconda della posizione assunta dallo spettatore nella stanza. |
L’artista ha strutturato i propri lavori su un complesso dialogo tra la bidimensionalità della pittura (e del disegno) e la tridimensionalità del solido. A volte egli lascia gli spigoli o i bordi bianchi, per accentuare la bidimensionalità che appartiene al quadro. |
Questa sua ricerca affonda le radici nelle riflessioni di Donald Judd e Sol Lewitt, è avvicinabile al lavoro di Robert Mangold o di Brice Marden. Ma una qualità tattile, pittorica, gestuale, caratterizza il lavoro dell’ artista, differenziandolo dalla freddezza e dall’ asetticità delle opere minimaliste. Negli spazi dello Studio Dabbeni le opere si dispongono sulla parete, illuminate su precisa indicazione dell’ artista in una maniera che ne esalta il volume e il colore. Il magnetismo che sprigionano è accentuato da un senso di sottile rarefazione. |
Inaugurazione |
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