Enrico Castellani  |  Biografia

Dopo aver compiuto studi di architettura a Bruxelles, Enrico Castellani esordisce nel 1956 con una pittura di tipo informale materico, da cui si discosta quasi subito, rivolgendo la propria ricerca ad un’elaborazione sistematica delle componenti pittoriche costituite dalla tela e dal colore. La visione della pittura di Jackson Pollock, nel 1957, e soprattutto di quella di Mark Tobey alla Biennale di Venezia dell’anno successivo, caratterizzata da piccoli segni bianchi che preludono al monocromo, saranno determinanti in questo passaggio.

Fondamentale è la lezione di Mondrian che “giunge alla liberazione totale dell’arte da ogni ipoteca passata, quella dell’essere decorativa, evocativa, del rappresentare”, per giungere “ad una forma d’arte ridotta alla semanticità del suo linguaggio” 1: così si esprime Castellani sulla rivista Azimuth, da lui creata insieme a Piero Manzoni e a Vincenzo Agnetti, con cui aveva stretto rapporti d’amicizia negli anni in cui lavorava nello studio d’architettura di Franco Buzzi.

1. Enrico Castellani,“Continuità e nuovo”, in “Azimuth”, n.2.

Tra l’esordio e la maturità linguistica raggiunta da Castellani, intercorre un tempo molto breve, poco più di un biennio. L’opera che segna questa maturità, sintetizzando gli elementi che ritroveremo in tutti i lavori successivi, è Superficie nera in rilievo (1959). In quest’opera-di cui già il titolo offre una descrizione oggettiva- l’uso del nero assoluto è un’aspirazione all’azzeramento, in consonanza con quella tendenza, manifestatasi in quegli anni, di esprimersi attraverso un linguaggio impersonale, che affermi la neutralità e il silenzio, lo zero e il vuoto come unico dominio dell’arte.

Dietro la tela, l’artista mette delle forme sferiche che conferiscono dinamismo alla super-ficie. Ecco quindi che l’affermazione della superficie avviene per estroflessione e attraverso un’energia interiore, negando il ruolo dell’artista.
Un passo avanti sarà dato da una disposizione di chiodi dietro la tela, posti secondo un ordine preciso, un criterio matematico. Questo determina una superficie aggettante in alcuni punti, caratterizzata da estroflessioni ed introflessioni.

Dal 1960 le sequenze di Castellani giungono ad una struttura perpendicolare, in cui il verticale si incrocia con l’orizzontale. A volte è la linea stessa a divenire aggettante, quando si estroflette nelle superfici angolari: nascono Superficie angolare rossa e Super-ficie angolare nera, entrambe del 1961.
Gli angolari si pongono in relazione con l’angolo, quindi con il volume architettonico.

Questa ricerca sfocerà in Ambiente bianco (1967), presentato in occasione della mostra “Lo spazio dell’immagine”, a Foligno: le superfici vengono ad occupare più pareti, definendo un ambiente, in sintonia con ciò che avviene nella scena artistica europea e americana. Il successivo Spazio ambiente (1970) è concepito come “un’immersione” nella pittura, da cui ci si trova circondati a 360 gradi.

Due importanti mostre si sono tenute, rispettivamente, a Palazzo Fabroni a Pistoia (8 giugno- 11 agosto 1996), a cura di Bruno Corà, e alla Fondazione Prada di Milano (26 aprile- 14 giugno 2001), a cura di Germano Celant.