STUDIO DABBENI

Esposizioni

Odious Oasis è una mostra che riflette sulla necessità del viaggio come fuga dalla realtà. Il titolo è preso in prestito da un’allitterazione presente nei versi del poema Lunar Baedeker composto dalla poetessa inglese Mina Loy.

Mina Loy (1882-1966) fu un’artista complessa, eclettica e stravagante del panorama modernista di primo Novecento. Trasferitasi da Londra a Firenze a inizio secolo, fu una figura attiva del movimento Futurista, entrandovi poi in netto contrasto per una sua visione più radicalmente femminista.
Lunar Baedeker, che è anche il titolo della sua prima raccolta di poesie, rimanda al genere di guide turistiche create dall’editore Karl Baedeker a fine Ottocento. I suoi versi sono, infatti, pieni di assonanze provenienti da lingue diverse tra cui il tedesco e l’italiano.

Nella sua opera, Mina Loy traccia un immaginario itinerario di viaggio sulla luna, descrivendo un’esperienza densa di visioni astratte e oniriche che si avvicinano e si allontanano iperbolicamente dalla realtà. Il viaggio non è solo esperienza, ma anche il suo opposto: il viaggio come fuga, come superficie dalle infinite possibilità. La fascinazione di descrivere un luogo, di viverlo e sentirlo senza esserci, ha mantenuto un interesse attivo nella società contemporanea.

I versi della poetessa possono facilmente essere paragonati agli stati di alterazione della nostra mente quando ci spostiamo nella rete mediatica condizionando l’esperienza e la percezione del corpo. La superficie della ‘rete’, su cui ci muoviamo quotidianamente, può essere virtualmente paragonata a un percorso di viaggio che compiamo a una velocità incommensurabile.

Jacopo Miliani ricostruisce in questa mostra proprio l’idea di un viaggio immaginario attraverso accostamenti e suggestioni visive. Le figure di palme, che richiamano l’esoticità del viaggio, si accostano a frammenti di corde, il cui movimento nello spazio è stato bloccato in un’immagine fissa, in posa. La disposizione nello spazio di una corda prevede una presenza fisica in grado di posizionare un oggetto. Così il viaggio, anche solamente evocato, è legato all’esperienza fisica. Nelle immagini di Miliani è però l’assenza che definisce la presenza, la mancanza è ciò che più rappresenta un’esperienza.

Le immagini emergono come un ricordo attraverso un contatto diretto con la superficie, attraverso la tecnica fotografica, della fotocopia o del contatto sulla tela, per poi evadere le forze gravitazionali della logica del reale immobilizzandosi in pose scultoree. Il passaggio dalla superficie di contatto alla fisicità dell’irreale segna l’inizio di infiniti possibili viaggi che, seppur immaginari, partono dalla sensibilità del corpo, proprio come le parole delle seducenti poesie di Mina Loy.